SILICIO ALIENO o ALIENI AL SILICIO?

Il Giornale Online
Una delle contestazioni più frequenti che gli ultra-scettici rivolgono, non senza fondatezza, agli studiosi di esobiologia è la mancanza, a parer loro, di “prove concrete” sull’effettiva interazione fra presunte entità aliene ed il nostro pianeta. Questo perché (ed “una tantum” siamo d’accordo) sia i resoconti dei testimoni, anche i più attendibili, sia le immagini fissate da fotocamere o videocamere non possono essere considerate conferme assolutamente probanti, anche se con gli attuali software informatici è possibile verificare la genuinità o meno degli avvistamenti. A questo proposito va ricordato che sono numerosi a livello mondiale i rapporti di UFO-crashes, ma veramente pochissimi risultano confortati da prove tangibili che, al di là delle astronavi “viti & bulloni” tanto care alla science-fiction degli anni ’50, abbiano dimostrato l’inconfutabile presenza sul suolo terrestre di elementi o materiali decisamente “alieni” (dove il termine alieno va interpretato nella sua accezione originale latina: diverso da…). Prescindendo dai frammenti del caso Roswell, sui quali l’intreccio “testimoni civili / apparati militari e governativi di copertura” ha fatto scrivere tutto ed il contrario di tutto, i più noti campioni metallici residuati da presunti impatti UFO / suolo terrestre rimangono ancor oggi quelli relativi al caso di Ubatuba (Brasile, 1957). Malauguratamente la solita banda del “buco nero” (nel senso che i laboratori brasiliani e statunitensi incaricati delle analisi, pur avendone accertata la composizione in magnesio puro quasi al 100 %, non li hanno mai restituiti) li fece sparire, con la connivenza – si dice – dello stesso Jacques Vallée, uno dei più seri e competenti ricercatori in campo ufologico, che tuttavia negli ultimi tempi sembra aver compiuto, più o meno spontaneamente, una clamorosa quanto inattesa inversione di marcia.

Raramente, dunque, i risultati delle analisi effettuate sui frammenti rinvenuti sui luoghi dei presunti “incidenti UFO” sono stati resi noti all’opinione pubblica. Uniche eccezioni sono quelle che andiamo ora ad elencare. Dalnegorsk (a nord di Vladivostok), costa russa del Pacifico, Mar del Giappone, 29 gennaio 1986, ore 19:55. Citiamo testualmente dal rapporto del Dr.Valery Dvuzhilny, responsabile della Commissione dell’Estremo Oriente sui Fenomeni Anomali : «Gli abitanti della cittadina osservarono una sfera arancio-rossastra, grande quanto una mezza luna, che volava parallela alla superficie terrestre provenendo da sud-ovest, ad un’altitudine di 700-800 metri. L’oggetto procedeva, nel più assoluto silenzio, ad una velocità (cronometrata) di 15 m/sec. e durante il percorso non cambiò mai direzione o altitudine, né presentò alcuna angolazione di caduta. La strana sfera luminosa sorvolò il monte Izvestkovaya (o Collina 611: nella cartografia russa le colline e le montagne sono segnate in base all’altitudine), poi bruscamente virò di 60-70 gradi in basso, verso la scogliera, ove precipitò e continuò a bruciare per oltre un’ora». Nella sede dell’impatto, infatti, furono riscontrati evidenti segni di combustione, causati da alte temperature, oltre a numerosi frammenti di metallo. I reperti furono analizzati da diversi laboratori dell’ex-URSS e da 11 Istituti di Ricerca della Federazione. I risultati, resi pubblici sul quotidiano “Socialist Industry” (ora “Rabochaya Tribuna”) grazie al clima sociologico-innovativo introdotto dalle riforme politiche – Glasnost & Perestroika – volute da Gorbachev, furono unanimi:

si trattava di prodotti di alta tecnologia e non di elementi di origine naturale o terrestre. Questo perché Petukhov e Faminskaya, membri del Council of Scientific and Engineering Sciences Commission on Paranormal Events, isolarono nelle lamine rinvenute nella sede dell’impatto quasi tutti gli elementi chimici dell’intera tavola periodica del sistema di Mendeleev, in cui il silicio aveva la parte preponderante (20%). Kadima (Israele), settembre 1997. Nella traccia al suolo lasciata in seguito all’atterraggio d’un presunto oggetto volante non identificato, vengono rinvenuti alcuni frammenti d’apparente consistenza metallica. Uno di questi, nel corso del 13° Simposio Mondiale di S.Marino del marzo 2005, viene consegnato al sottoscritto, Biologo e responsabile tecnico del Comitato Scientifico del CUN, che provvede a sottoporlo alle opportune analisi. Ne risulta che il frammento in questione è costituito da Silicio al 53.3 %, da Ematite al 44 %, da Fluorite e Quarzo-α al 1.3 %. Tuttavia nel grafico difrattometrico c’è un picco (in corrispondenza dell’angolo 2 θ = 47.580) che l’apparecchiatura (Philips Analytical X-Ray) non è riuscita ad identificare (isotopo sconosciuto del silicio?).

Connecticut (USA), agosto 1998
Nel corso di un’intervista rilasciata alla giornalista Paola Harris, il Dr.Michael Wolf (plurilaureato e membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze) le consegna alcuni frammenti apparentemente metallici (a suo dire d’origine extraterrestre) rinvenuti dopo un UFO-crash e dallo stesso esaminati per conto della NSA (National Security Agency), la cui fonte di provenienza tuttavia deve considerarsi riservata. Wolf precisa inoltre che le analisi effettuate negli USA sugli stessi frammenti hanno diagnosticato una purezza in Silicio del 99.99 %, con la presenza dello 0.01 % d’un isotopo non errestre. Portati in Italia per le analisi, i frammenti vengono consegnati a due laboratori: uno presso l’Università di Pisa, l’altro ad un centro specializzato nella produzione di semiconduttori ad alta tecnologia per impieghi militari (missilistica) dell’Aquila. Due i referti stilati, ma entrambi concordano nel dichiarare “di non aver mai visto nulla di simile”. In particolare, l’Ing.Luciano Pederzoli, dell’Università di Pisa, nella sua perizia afferma che “si tratta indubbiamente di silicio, ma non si è in presenza d’un superconduttore, in quanto gli atomi sono posti in modo estremamente disordinato, come se fosse stato sottoposto ad altissime temperature, che hanno portato il materiale ad una rapida ebollizione seguita da un altrettanto rapido raffreddamento”. Se si considera che il silicio raggiunge la temperatura d’ebollizione a 3.265 °C, non c’è da meravigliarsi che lo stesso Pederzoli abbia rilevato nei frammenti alcuni micro-fori, del diametro di frazioni di millimetro per qualche cm. di lunghezza, probabilmente derivati dalla formazione di bolle di gas di silicio, espulse dalla massa metallica a causa dell’elevatissimo shock termico subìto. Una specie di “effettocometa”, per esemplificare. L’analista aggiunge che, oltre al Silicio, i frammenti contengono anche un’esigua percentuale di altri elementi, in corso d’identificazione.

Torre Pellice (TO), febbraio 2000
In occasione del sopralluogo condotto presso una famiglia della zona collinare torinese, allo scopo di verificare la realtà di presunti contatti del 4° tipo sostenuti da un componente del nucleo familiare stesso, ebbi modo di osservare un frammento di minerale a me sconosciuto. Questo mostrava in apparenza caratteristiche metalliche, ma era notevolmente più leggero (rispetto alla massa); inoltre la superficie, pur non essendo perfettamente “piana”, appariva lucida e riflettente (tipo cromatura o acciaio inossidabile), come quella dell’ematite levigata, ma molto più chiara. Presentava anche numerosi micro-fori, sparsi qua e là senza un criterio di disposizione, come i forellini di tarlo nei mobili antichi. Incuriosito dalla visione di quello strano campione, chiesi al testimone la provenienza di quel reperto e candidamente mi fu risposto che “gli era stato offerto dagli alieni come prova concreta dell’avvenuto contatto fra extraterrestri ed umani”. Sempre più incuriosito, chiesi allora il permesso di staccarne un frammento, per poterlo sottoporre ad opportune indagini (è l’imperativo categorico di ogni uomo di scienza, indipendentemente dalla giustificazione sulla provenienza del presunto metallo, tutta da verificare…). Ottenuto un tranquillo quanto inatteso assenso in merito, mi apprestai a frantumarne un angolino, ma l’operazione si rivelò subito molto più difficoltosa del prevedibile. Dopo ripetuti quanto inutili tentativi iniziali con un martello da geologo, interponendo un panno per non inquinarne la superficie, dovetti ricorrere ad uno scalpello d’acciaio; ma anche così la punta dell’attrezzo “scivolava” sulla superficie liscia del campione, come un pneumatico su marmo bagnato. Finalmente la punta dello scalpello riuscì ad incunearsi in una nicchia corrispondente ad una linea di frattura e così potei staccarne un frammento, che all’analisi difrattometrica eseguita presso un laboratorio del CNR si rivelò SILICIO PURO al 98.36 %, con tracce di Fluorite e Calcite in ragione dello 0.81 % ciascuna.

Inutile ricordare che in natura non esiste il Silicio allo stato quasi puro come quello in oggetto: nella crosta terrestre, infatti, il silicio non si trova mai allo stato elementare, ma sempre combinato sotto forma di sìlice e di silicati. Quando diciamo “in natura”, comprendiamo anche le meteoriti, che fanno parte del Sistema Solare come la nostra Terra. Il silicio, in lega col ferro a formare i siliciuri, è il costituente di particolari meteoriti, le olosideriti : in una delle più notevoli (del tipo nelsonite), scoperta nel 1847 a Seeläsgen, venne riscontrata una percentuale di silicio del 1.16 %. Non entro nel merito se possa corrispondere a verità o meno quanto riferito dal testimone, circa la “consegna” del frammento da parte di presunte entità aliene. Come uomo di scienza, già il dato di fatto che mi si presentava, vale a dire l’estrema purezza del campione, era più che sufficiente per stimolarmi ad effettuare ulteriori indagini, ad esempio quelle sulla conducibilità elettrica. Da questa è emerso, fra l’altro, che applicando in due zone qualsiasi (e sempre differenti) i puntali d’un tester posizionato sulla scala degli Ω (misura della resistenza), i valori sul display cambiano continuamente, senza mai assumere il segno negativo, oscillando fra lo zero e misure notevolmente elevate (anisotropia). Questo concorderebbe con le risultanze delle indagini condotte all’Università di Pisa, secondo le quali il frammento analizzato dall’Ing.Pederzoli, macroscopicamente simile al nostro, si era rivelato un cattivo conduttore d’elettricità. Prerogativa, questa, derivata forse dal fatto che le alte temperature cui era stato sottoposto ne avevano “scompaginato” la struttura microcristallina, per cui l’impulso elettrico applicato alle estremità è ancora in grado di fluire, ma con difficoltà, come se procedesse “disorientato”: un po’ come un “boys-scout” privo di bussola… In casi come questo, mai è esagerata la prudenza con cui lo scienziato, quello serio, deve muoversi; e deve possedere anche un’altra laurea, che gli consenta di interpretare, come sempre, il non facile ruolo dell’avvocato del diavolo.

E se si trattasse di silicio sintetico, industriale, made in “Silicon Valley”, tanto per intenderci? Ipotesi tutt’altro che da scartare, vista l’estrema velocità con cui la tecnologia dell’elettronica procede incessantemente; ipotesi già formulata (ed altrettanto velocemente accantonata) anche dagli analisti toscani. Tuttavia l’arte di “toccare con mano” va sempre esercitata e così ci siamo procurati alcune lamine di silicio sintetico, realizzate nei laboratori di ricerca del CNR. Queste, una volta polverizzate, all’analisi difrattometrica risultano composte da Silicio in ragione del 40 % e di Fluorite per il 60 %. Queste percentuali, pur considerando una tolleranza del ± 10 %, sono ben lontane dai valori osservati nei campioni precedenti, ma il dato più importante è nascosto fra le righe, pardon, fra i raggi X : il silicio di cui sono composte le lamine artificiali, a differenza di quello presente nei reperti “alieni”, non è orientato, come specifica la nota tecnica in calce al referto. Ciò significa che il metalloide, in seguito alle procedure di sintesi, ha perduto la struttura cristallina, diventando amorfo. Da qui la supposizione (e la conferma) di un’altra differenza, a carico della conducibilità elettrica: sottoponendo la lamina sintetica all’esperimento col tester sopra citato, lo strumento non rileva alcun passaggio di corrente. Era lecito, d’altronde, attendersi che i due tipi di campione fossero fondamentalmente differenti, in quanto già all’esame obiettivo la lamina presenta una superficie completamente liscia, ma opaca (color grigio scuro), che solo alla sezione trasversale lascia intravedere un riflesso, anche se attenuato, simile a quello del reperto fornito dal presunto “contattato”.

Ma se una rondine non fa primavera, può darsi che due facciano il nido ed allora, per onestà intellettuale e per incrociare i dati, ho chiesto ed ottenuto di far analizzare il reperto anche da un secondo Laboratorio, specializzato in Metallurgia: quello dell’Università di Roma “Tor Vergata”, dal quale è pervenuto un referto praticamente sovrapponibile al precedente. In aggiunta, sono state scattate diverse immagini al microscopio elettronico, che rivelano un’insolita ed enigmatica struttura interna del metalloide: ad alta risoluzione, il blocco di silicio appare attraversato da più “fasce” parallele (tipo costolature), in cui sono inserite delle non meglio definibili forme discoidali, disposte “a tazzine impilate”, sul cui significato ovviamente nessuno osa pronunciarsi. Come si vede, dunque, il silicio sembra essere costantemente coinvolto nei casi in cui presunti oggetti volanti non identificati interagiscono con la superficie terrestre, lasciando evidenti residui.

Ma perché tanto interesse per questo elemento che, a conti fatti, è il più diffuso nella crosta terrestre dopo l’ossigeno? Tutto dipende dalla somiglianza strutturale fra silicio e carbonio (entrambi fanno parte dello stesso gruppo, il 4°) e la conseguente facilità di instaurare legami con gli atomi d’altri elementi. In effetti la ripetitività del “legame a quattro” che compare nelle strutture viventi sulla Terra ha fatto ipotizzare agli scienziati, in alternativa alla chimica del Carbonio su cui si fonda la “nostra” vita, l’impiego del Silicio, l’unico elemento in grado di supportare, per l’appunto, “legami a quattro” (ovviamente con tutte le limitazioni che ne deriverebbero, perlomeno sul nostro pianeta…). Il Silicio tuttavia non ha le grandi possibilità del Carbonio, in quanto non forma le lunghe catene tipiche della chimica organica: infatti il legame Silicio–Silicio possiede un’energia troppo bassa, che non permette una grande stabilità. Per questo motivo gli atomi di Silicio sulla Terra tendono a legarsi con l’Ossigeno atmosferico, formando catene Si-O-Si-O-…. in cui ogni atomo di Silicio si lega a quattro atomi di Ossigeno.

A conclusione di tutto il discorso, va citata una curiosità: sul n.° 21 di «Dossier Alieni» del nov./dic.1999, nella rubrica «Lettere alla Redazione», un lettore (che si firma Iztok Kocjancic) afferma di «possedere un sasso identico a quello del Dr.Wolf», illustrato su UFO Network nel numero di luglio/agosto dello stesso anno. L’autore della corrispondenza aggiunge che lo strano ciottolo era appartenuto in origine al suo bisnonno, che poi gliel’aveva lasciato “in eredità”. Il bisnonno gli aveva anche confidato di «averlo ricevuto da un folletto o qualcosa del genere»: e qui la storia si ripete… Se fosse accertata, a suon d’analisi difrattometriche, l’identità fra i due reperti, considerando che ai tempi del bisnonno di Iztok sicuramente la tecnologia “terrestre” non era in grado di ottenere silicio con un tal grado di purezza (e questo ci sentiamo di sottoscriverlo), tutta la casistica inerente gli strani incontri con entità del “piccolo popolo” meriterebbe una rilettura, nell’ottica opportunamente adeguata all’attuale livello socio-culturale delle masse. In fondo, presunti alieni e folletti, secondo le testimonianze, hanno una caratteristica in comune: la bassa statura…

Giorgio Pattera

BIBLIOGRAFIA
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Fonte: http://www.galileoparma.it/Silicio%20alieno.pdf

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Richard

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