di Carlo Pisani (simmetria.org)
Propongo la seguente riflessione, forse un po’ controcorrente: a me pare che, tra le tante idolatrie della modernità, vi sia anche quella del “lavoro”, che da strumento, o manifestazione dei principi o del sacro, come era inteso in ogni civiltà tradizionale, nel mondo moderno sia diventato, appunto, un idolo. Il lavoro occupa gran parte delle nostre giornate e quindi è una “presenza” ingombrante con la quale occorre fare i conti, perché sottrae il tempo ad altre attività o occupazioni. C’è chi è “prigioniero” del lavoro (come si può essere prigionieri di un matrimonio sbagliato); chi si rifugia nel lavoro, ecc. Il mio è l’angolo visuale del giurista: mi riferisco all’eccessivo valore dato dall’ordinamento giuridico, ma anche dalla politica, o dalla sociologia, o dal comune sentire, al lavoro, principalmente al lavoro subordinato, ma non solo.
Questo rilievo eccessivo lo vedo come il riflesso, o il punto di emersione nel campo del diritto, di uno dei tanti miti della modernità, costituito nella specie dal “lavoro in sé”. Può apparire paradossale che questa affermazione provenga da un giuslavorista, ma cercherò di spiegarmi partendo da un aspetto strettamente giuridico. L’affermazione sulla quale inviterei a soffermare la riflessione è la seguente, formulata dai nostri massimi giudici (Corte costituzionale 2 giugno 1983, n. 163): “L’art. 3 della Costituzione attribuisce a ogni cittadino il diritto fondamentale di realizzare lo sviluppo della sua personalità, il quale viene attuato, come è stato generalmente avvertito, principalmente attraverso il lavoro”.. Pertanto secondo questo diffuso orientamento della giurisprudenza il lavoro costituisce un mezzo, non solo di guadagno, ma anche di estrinsecazione della personalità nel luogo di lavoro. Potremmo definirla una concezione lavocentrica dell’uomo perché ritiene che lo sviluppo della personalità venga attuato principalmente attraverso il lavoro.
Discettare di idolatria del lavoro in tempi in cui i media ci bombardano sulla disoccupazione, soprattutto giovanile, può apparire politicamente non corretto. Ma questo non può esimerci dall’affrontare i problemi di fondo della modernità: c’è la cronaca e c’è la storia; c’è il contingente e c’è il perenne. Tra l’altro anche questo della disoccupazione è un altro aspetto affrontato generalmente con dosi massicce di ipocrisia. Pochi ricordano che secondo la “legge bronzea dei salari” è il capitalismo stesso che è sorto e vive utilizzando la disoccupazione strutturale per poter tener più bassi possibili i livelli delle retribuzioni, profittando della concorrenza al ribasso che si fanno tra loro i lavoratori per poter trovare un’occupazione. Anche sul tipo di occupazione a cui aspira la gente nel mondo occidentale ci sarebbe da squarciare veli e veli di ipocrisie, ma questo è un altro tema.
Uno degli aspetti che forse più fa riflettere di questa concezione “lavorocentrica”, è che non si distingue più tra lavori gratificanti, creativi, non ripetitivi, e quelli alienanti, penosi, monotoni, parcellizzati, o addirittura usuranti; anche questi vengono ipocritamente equiparati ai primi, quali fondamentali fattori per lo sviluppo della personalità. Ovviamente, il lavoro alienante, esiste ancora, ed è ancora molto diffuso, non solo nelle fabbriche, ma anche negli uffici e nel settore dei servizi o del terziario, come è confermato, da un lato, dall’accanita resistenza dei lavoratori dipendenti contro l’allungamento dell’età pensionabile, ovvero dall’anticipazione dell’età pensionabile appunto per i lavori usuranti; dall’altro lato, all’opposto, dalla insoddisfazione per chi svolge lavori non alienanti, quando è costretto ad anticipare la pensione, come nel caso dei Professori universitari.
Non si tratta di sminuire la dignità dell’uomo che è costretto a svolgere un lavoro alienante per procurarsi una retribuzione sufficiente ad assicurare una vita libera e dignitosa a sé e alla sua famiglia (ai sensi dell’ art. 36 Cost: salvo poi capire, nell’attuale mondo consumistico, cosa significhi per le persone un livello di vita “dignitoso”: poter possedere due telefonini e fare vacanze a Ibiza?...). Credo che lo stesso lavoratore, che è costretto a svolgere un lavoro sentito da lui come alienante, si ribelli all’idea che, mediante tale lavoro, egli realizzi e sviluppi la propria personalità. Egli di quel lavoro vuole liberarsene il prima possibile, ed infatti vuole andare in pensione il prima possibile.
Neppure la nostra Costituzione distingue tra lavoro alienante e non. Quindi secondo la Costituzione, anche il lavoro più alienante, contribuirebbe al progresso, “materiale” non c’è dubbio, ma perfino a quello “spirituale” della società (art.4,co.2). Si pensi che la nostra Costituzione mi pare sia l’unica insieme a quella sovietica del 1936, a fondare la repubblica non, ad esempio, sulla dignità dell’uomo, come fa invece la Carta dei Diritto Fondamentali dell’Unione Europea all’art. 1 (“la dignità umana è inviolabile”), o sulla sua felicità, come la Costituzione degli Stati Uniti, ma sul lavoro.
Peraltro, più di tanto non c’è da meravigliarsi dell’enfatizzazione del lavoro nella Costituzione, perché anch’essa è una legge che va comunque contestualizzata: allora si trattò di raggiungere un compromesso politico con i comunisti, che volevano formulare l’art. 1 come “Repubblica dei lavoratori”; ma allora imperversava la contrapposizione delle ideologie novecentesche, tant’è vero che fino agli anni Settanta del secolo scorso un illustre costituzionalista come Mortati poteva scrivere che l’art. 1 era in qualche modo un omaggio alla classe economica che aveva fatto la storia negli ultimi 150 anni. Ora certo non è più così. Ma anche la Costituzione è una legge umana e non divina e, come tutte le leggi umane, è soggetta all’usura del divenire; per questo non condivido neppure la sua mitizzazione. Merita dunque qualche riflessione critica questa ipervalorizzazione di ciò che rappresenta il “lavorare in sé”. Ribadisco, per non essere frainteso, che qui non è in discussione la funzione del lavoro come corrispettivo della retribuzione, o come occasione per il lavoratore di accrescere il proprio bagaglio professionale, o il “saper fare”.
L’attenzione va incentrata invece su questa idolatria del lavoro in sé, che va oltre la sua funzione economica e professionale, come se acquisisse un valore intrinseco. Insomma, si è passati, dal lavoro come “la grave fatica”, che secondo Esiodo, al pari di tutti i malanni che agli uomini arrecano morte, viene dal vaso di Pandóra come punizione di Zeus per l’offesa arrecatagli da Prométeo (Esiodo, Le opere e i giorni), che riecheggia il mito biblico del lavoro come maledizione divina; si è passati a questa sorta di “glorificazione teoretica del lavoro nell’età moderna” come sostenuto dalla Hannah Arendt nel suo bel libro Vita Activa[1], o addirittura alla “religione del lavoro in sé, qualunque esso sia”, come la definì Thilgher nel suo libro Homo faber, affermando che “per l’uomo moderno il lavoro appare come la somma di tutte le virtù e di tutti i doveri. È nel lavoro che l’uomo nella civiltà capitalista trova la sua nobiltà e dignità. Lavora! È il precetto che esaurisce per lui tutta l’etica”. In questa visione del mondo il bene si identifica con l’attività, o con l’iperattivismo, il male con la quiete”[2].
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