LA TEORIA DELLA DISLOCAZIONE TERRESTRE

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Nel 1958, la Pantheon Books di New York pubblicò un libro dal titolo “The Earth’s Shifting Crust: A Key to Some Basic Problems of Earth Science”. L’autore era Charles Hutchins Hapgood, un docente di Antropologia e di Storia della Scienza al Keene State College del New Hampshire.

Hapgood ipotizzava che sulla Terra agissero due forze tra loro contrastanti: la pressione destabilizzante delle calotte glaciali intorno ai poli e il moto centrifugo stabilizzante determinato dalla protuberanza equatoriale causata dalla rotazione dell’asse terrestre. Una volta eseguito il calcolo delle forze in opposizione, si scoprì che il secondo effetto stabilizzante fosse di gran lunga superiore di intensità (migliaia di volte) al primo destabilizzante.

La presa d’atto scientifica che la crosta terrestre o “litosfera”, spessa in media 40 chilometri al di sotto delle masse continentali, poggiasse su uno strato pressocché liquido, contribuì non poco allo sviluppo della teoria per cui le terre potessero scorrere al di sopra della parte interna del pianeta.

Questa patina liquida sottostante la crosta è la parte più esterna del mantello e viene chiamata “astenosfera”: si tratta di una pellicola di circa 150-200 chilometri di spessore, dal comportamento prevalentemente plastico e con possibili correnti orizzontali di materiale; è detta anche strato della bassa velocità perché in corrispondenza di essa le onde sismiche si propagano con una velocità minima.

Lo scienziato ricorse al noto paragone dell’arancia, la cui buccia è completamente separata dal resto del frutto: ebbene, questa è l’immagine più adatta e opportuna della Terra in funzione del fenomeno sopra descritto.

La crosta terrestre, in particolari condizioni, e in determinati e ciclici periodi della storia, è scivolata come una buccia d’arancia al di sopra del frutto sottostante, determinando così lo slittamento della maggior parte delle terre continentali.

Ma quali sono queste particolari condizioni? Come si possono spiegare scientificamente le teorie di Hapgood? Il primo a farsi avanti fu Albert Einstein. Questi aveva ricevuto dal docente una lettera in cui gli accennava la struttura della sua teoria; lo scienziato reagì alla segnalazione rispondendo prontamente :

“Trovo veramente notevoli le sue argomentazioni e ho l’impressione che la sua ipotesi sia esatta.”

Due anni più tardi, dopo un frequente scambio epistolare, i due si incontrarono, e Einstein accettò di vergare quella che nel 1958 (tre anni più tardi da quell’incontro e dalla immediatamente successiva scomparsa dello scienziato) sarebbe stata la prefazione postuma alla pubblicazione del professore; il tentativo di enucleare scientificamente la dinamica e la meccanica alla base dello scorrimento della crosta terrestre ipotizzato da Hapgood.

Einstein affermava che in ogni punto della superficie terrestre molti dati empirici indicano che in passato si sono verificati numerosi mutamenti climatici tremendamente repentini. In particolare, si concentrava sulle regioni polari in cui i ghiacci continuamente depositati si distribuiscono asimmetricamente intorno al polo.

La rotazione terrestre trasmette alla crosta rigida il moto centrifugo da essa determinato, ma essendo questa forza in costante aumento non può che arrivare a superare un certo momento o valore critico, tale da esercitare una pressione eccessiva delle calotte polari sulla litosfera sottostante, ormai “alle corde”, determinandone l’improvvisa dislocazione.

Una volta dimostrato questo, allora poteva essere plausibile che intere terre si fossero spostate notevolmente, anche addirittura di trenta gradi (ovvero più di tremila chilometri!).

Fu così che zone che precedentemente soggiornavano all’altezza dei tropici fossero scivolate mestamente all’interno dei circoli polari, e viceversa; oppure che intere regioni equatoriali fossero emigrate in aree climatiche più temperate (e viceversa).

Tutto ciò implicava un nuovo scenario globale, anche se tali cambiamenti non necessariamente avrebbero potuto interessare tutto il globo.

Hapgood dunque sosteneva che in tempi assai remoti, ben prima della datazione ufficiale del debutto della storia, alcuni territori, contrariamente all’ordine globale attuale, fossero completamente liberi dal ghiaccio.

Soffermandosi in particolare sull’Antartico, egli sosteneva che diverse migliaia di anni fa, e per un periodo piuttosto prolungato, questa regione fosse situata molto più a Nord (circa 3.200 chilometri lontano dal Polo Sud), al di fuori del Circolo Polare, in una zona molto più temperata.

Solo in seguito a uno scorrimento della crosta terrestre, il continente si sarebbe diretto verso Sud, incontro al freddo, fino a fermare la sua corsa completamente all’interno di quei 66° 33’ che determinano il limite medio della banchisa.

A conferma delle sue terorie, Hapgood si era imbattuto in un’antica mappa risalente al 1513: era il cosiddetto “Portolano” (da porto a porto) dell’Ammiraglio della flotta turca Piri Re’is; sottolineo che stiamo parlando del 1513, ovvero appena undici anni dopo la trionfale prima spedizione di Cristoforo Colombo.
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Tale mappa rappresentava la sezione meridionale dell’Oceano Atlantico, con la costa occidentale dell’Africa (in alto le misteriose Colonne d’Ercole, corrispondenti allo Stretto di Gibilterra, e la penisola iberica); la costa orientale del continente americano (oltre alle recentemente visitate isole del Mare delle Antille e all’America Centrale viene raffigurato l’intero continente sudamericano, compresa in tutto il suo corso la Cordigliera delle Ande che non era stata ancora esplorata); e infine, cosa ancor più sconcertante, la costa settentrionale di quello che verosimilmente si può ricondurre al continente antartico.

La parola “sconcertante” può essere in questo caso addirittura limitante e riduttiva, ma il concetto di fondo si basa essenzialmente su due ragioni:

1) l’Antartide, per quello che sappiamo, è stata “scoperta” soltanto intorno al 1818 (tre secoli dopo la realizzazione della mappa);

2) il continente raffigurato nel Portolano, nella sua sezione costiera risulta completamente libero dai ghiacci. Com’era possibile tutto ciò? Lo stesso Piri Re’is ci viene incontro con le sue annotazioni, specificando che la mappa che aveva disegnato era solo il risultato di un florilegio di centinaia di carte sorgente, sia contemporanee sia molto (molto) più antiche, di cui l’Ammiraglio era quasi sicuramente in possesso, potendo accedere liberamente alla Biblioteca Imperiale di Costantinopoli.

Le indagini geologiche più recenti sono riuscite a dimostrare che l’Antartide, e in particolare il litorale della Terra della Regina Maud disegnata sul Portolano di Piri Re’is, potesse essere rimasta libera dai ghiacci in un periodo compreso tra il 13.000 e il 4.000 a.C.; oltre novemila anni attraverso i quali lentamente, ma inesorabilmente, la morsa glaciale ha cominciato a fagocitare da un estremo all’altro l’intero continente. Solo entro la data ultima del
4.000 a.C. si sarebbe dunque potuto rilevare e cartografare l’Antartico, in alcune parti, in condizioni stabili di disgelo.

Risulta quindi evidente che le mappe sorgente di cui disponeva Piri Re’is dovessero risalire a tempi antichissimi, ben oltre (in termini anteriori) a quel 3.200/3.000 a.C. fissato convenzionalmente, e a questo punto grottescamente, per dare un inizio comunemente accettato alla storia della civiltà umana, con la comparsa dei Sumeri e degli Egizi.

Va segnalato in aggiunta a quanto detto, il rinvenimento di decine e decine di altrettante mappe “oscure”, quali il mappamondo di Oronzio Fineo (1531) e l’Atlante di Gerard Kremer (il Mercator, 1569), che rappresentano il continente australe quasi completamente sgombro dai ghiacci; oppure la carta di Philippe Buache (1737) che rappresenta l’Antartide non solo in situazione di TOTALE disgelo, ma addirittura composto da due isole continentali di differenti dimensioni e separate da un enorme fiume canale; una topografia del tutto corrispondente a quella ricavata soltanto nel 1958 (Anno Geofisico Internazionale), in seguito ai rilevamenti con metodo sismico a riflessione.

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Sotto chilometri di calotte glaciali adagiate su quell’enorme territorio, è dimostrato da studi recenti che si trovi una vegetazione tipicamente tropicale.

Da quanto detto emerge evidente il fatto che in epoche remote vi fu chi fosse in grado di redigere quelle mappe, caratterizzate da estrema perizia tecnica e notevoli dettagli e fu in grado evidentemente anche di solcare gli oceani possedendo un notevole bagaglio di conoscenze….forse uomini provenienti dal mitico continente di Atlantide ?

C’è chi ipotizza che questa straordinaria civiltà possa essere sepolta sotto i ghiacci dell’Antardide, che come abbiamo visto un tempo era privo di ghiacci ed in una posizione decisamente favorevole, al centro delle terre emerse, l’ombelico del mondo……

fonte:archeoastronomia.altervista.org

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